primo settembre

È il primo settembre e l’India mi scivola via dalle mani, come gli ultimi giorni d’estate e come i campi visti dal finestrino dell’aereo. Accelera sulla pista e poi si stacca, e stiamo volando in mezzo al granito delle cime himalayane; i fiumi sono nastri luccicanti srotolati in fondo alle valli e i ghiacciai se ne stanno appollaiati dovunque trovino un po’ di spazio più o meno pianeggiante.

Poi il suolo sparisce: diventa lontanissimo, i fazzoletti di terra coltivata si vedono ad anni luce sotto di noi, al di là della coltre di umidità che ricopre le pianure indiane. Il Ladakh è già alle spalle, rimpicciolito e arroccato tra le vette, è già un pezzettino di passato, e io sto tornando a casa. Anche da qua, sembra di vederlo quel formicolio di vite umane che si affannano, bollono l’acqua del fiume per farsi il tè, costruiscono le strade un mattone alla volta e tirano avanti, e guardano un aereo che passa col naso all’insù.

L’angolino di India in cui ho vissuto gli ultimi due mesi si frantuma in mille scaglie che planano sul mio corpo steso come fogli di carta, e si depositano da qualche parte che non saprei localizzare. Mi piomba tutto addosso: le montagne e le valli così gigantesche, così mastodontiche rispetto alle Alpi, senza alberi, brusche e rosse, eppure piene di gente che ci vive sopra, ci vive dentro. Pastori nomadi, con la faccia sporca e le tende piantate nello stesso posto dell’anno scorso, che buttano la spazzatura per terra perché la plastica è appena arrivata nel loro mondo e non sanno come gestirla.

Città in espansione, gonfie di energia pronta ad essere espulsa, brulicanti di gente e mercanzie e bambini e vecchi mendicanti e agenzie turistiche e banchetti dove si vendono gioielli e souvenir. Monasteri arroccati nella loro sacralità, bianchi e rossi, risuonano dei canti dei monaci e degli strumenti musicali che spargono i mantra nell’aria, su fino alle vette e ai ghiacciai. E moschee con i loro muezzin, chiese, sinagoghe e templi. Autisti dai tratti ariani, tibetani o nepalesi, ad alcuni piace fare e farsi fare foto, uno indossa la mascherina, uno non parla inglese. Cibo speziato, senza manzo e senza maiale, verdure e lenticchie e formaggio cucinati e immersi in una salsa sempre diversa, che per assorbirla serve riso o pane. Cani sdraiati a prendere il fresco, con i rasta nel pelo arruffato dalla vita di strada, mucche che brucano l’erba delle rotonde stradali, yak e pashmine che pascolano nei prati 5000 metri sopra il livello del mare e sopra le cose che succedono nei giorni normali.

E poi un’inevitabile mancanza di riferimento a un qualsiasi ordine delle cose. Un caos, tale che sono tornata da un mese, e la vita è ricominciata ma non sembra ancora il momento di tirare le fila, di mettere a posto in un cassetto del mio cervello quest’estate indiana, di mettere in fila parole di senso compiuto e vederle stampate da qualche parte col mio nome sopra, o sotto. Mi rimane tutto in testa a pezzi, a spizzichi e bocconi, come il silenzio ovattato dei monasteri e come le bandierine appese a consumarsi al vento e a spargere i pensieri di chissà chi.

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