prospettive

Sono pochi i dettagli che ci ricordano che siamo negli anni 2000, mentre le ruote del furgone divorano la polvere rossa di questa strada sterrata nell’Alto Atlante. Attraversiamo un po’ di villaggi, con i loro campi di mais su ogni fazzoletto di terra abbastanza umido da farlo crescere, le loro case fatte di fango essiccato al sole e i mucchietti di spazzatura da cui si leva un filo di fumo. L’aria è fresca, viaggiamo con i finestrini aperti e qualche brivido che sale su per la schiena.

I primi ad arrivare sono sempre i bambini: se ne stanno lì per strada, a giocare a pallone o a rincorrersi, a non fare niente o a guardare le macchine che passano. E appena arriviamo ci corrono incontro, si buttano sopra il furgone, strillano e dicono cose che non possiamo capire. Hanno il viso scuro e macchiato di terra e i vestiti bucati, e a nessuno manca una scintilla negli occhi, quasi tutti nocciola o scuri. Ai piedi hanno delle specie di babbucce di plasticaccia impolverate dalla terra, i denti sono spesso macchiettati di nero, ma la scintilla c’è. Sono vivi come non mai, pieni fino all’orlo di quella sostanza di cui è fatta la vita, di cui è fatto il mondo quando gli togli le tonnellate di impalcature che danno dei confini, dei giudizi e dei marciapiedi a tutte le cose.

Li guardi negli occhi uno per uno e ti viene voglia di urlare. Ti restano incastrati tra un pensiero e l’altro, anche quando sarai di nuovo a casa, seduta alla tua scrivania ticchettando sui tasti di un computer, penserai alle montagne dell’Atlante e ci saranno loro. Quei tre con le facce sporche che vendevano fichi in dei secchielli da spiaggia, le due ragazzine che si vergognavano a chiedere di essere fotografate al mercato, i baci sulla guancia della bambina che voleva dormire abbracciata a me, i due con la pelle scurissima che mangiavano pane e miele per cena nella casa in cui ci avevano ospitato. Quelli che non si staccavano più dalla macchina tanto che avevamo paura di schiacciarli, quelli che si nascondevano dietro le gonne delle madri e quelli che ci ingaggiavano per le partite di pallone.

Noi occidentali pianifichiamo: siamo fissati con i progetti, le prospettive future, la costruzione della nostra età adulta. Andiamo all’università per trovare il lavoro che ci farà guadagnare più soldi, pensiamo all’istruzione come a una garanzia sul futuro, investiamo su noi stessi e impariamo l’inglese, o magari il cinese e il russo. Cerchiamo di sistemarci, qualunque cosa voglia dire. Studiamo pianoforte e facciamo corsi di teatro, riempiamo agende di appuntamenti e firmiamo moduli per scaricarci dalle responsabilità. Siamo così fossilizzati sulle prospettive di vita, che rimangono solo le prospettive, e manca la vita.

Quella cosa che succede quando non hai programmato niente, guidi su delle strade sterrate da ore per il gusto di rosicchiare una certa aria e sporcarti i sandali con la terra rossa. Hai sbagliato strada e te ne accorgi dopo decine di chilometri. Scendi, un signore con una veste lunga e un cappello attorniato di ragazzini ti invita nella sua casa per un tè. E dici di sì.

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