quindici settembre

considerazioni più o meno romantiche su tredici primi giorni di scuola

Una mattina di settembre di tredici anni fa giravo l’angolo di una strada vicino casa, e trovavo un cortile pieno di persone. Mamme babbi zii nonni fratelli e bambini con il grembiulino nuovo fiammante e uno sguardo strano negli occhi, paura mista all’eccitazione delle prime volte.

A questa visione attaccai a piangere istantaneamente, girai i tacchi e cominciai a indietreggiare sempre più velocemente. Niente, non funzionò. Mi presero per mano, mia nonna mi asciugò le lacrime (che continuavano a uscire) qualcuno chiamò il mio nome e mi ritrovai in classe, seduta al primo banco, con gli occhi rossi e la macchina fotografica di mia madre sparaflashata negli occhi. 

Il giorno dopo forse la situazione si tranquillizzò, iniziai a capire qualcosa delle dinamiche in corso tra quelle venticinque persone chiuse in una stanza per cinque ore ogni mattina, si formarono i classici gruppetti e mi feci le mie prime amiche. 

I miei ricordi delle elementari potrebbero essere sintetizzati nel fatto che le bambine erano fissate con i vestiti, che spesso mi beccavo una nota perchè non facevo i compiti, che le maestre ci intimavano di correre senza sudare in giardino e che la matematica non era affatto una bella cosa. 

Cinque anni dopo era di nuovo un giorno di settembre, quello in cui mi lagnavo perchè volevo assolutamente lo zaino eastpak: si sa, alle medie ce l’hanno tutti. Quel primo giorno di scuola conoscevo già un sacco dei miei futuri compagni di classe, avevo un fantastico zaino coloratissimo ed ero piena di aspettative per una nuova tappa. 

Nei tre anni successivi cambiai tre migliori amiche, imparai qualcosa della matematica, riempii quaderni su quaderni di appunti colorati. La mia classe era molto unita, a parte che i maschi toccavano il culo alle femmine in continuazione. 

Mangiavo una mela a ricreazione, tutti i giorni. Si, ogni santo giorno la stessa merenda. Iniziavano già le mie frequenti crisi sui più svariati temi, adoravo la prof di italiano, ero probabilmente rappresentante di classe e usavo orecchini giganti. 

Quando fu l’ora di scegliere il Liceo aspettai fino all’ultimo giorno disponibile per le iscrizioni: mi piaceva l’italiano ma ero bravina in matematica, in famiglia di mamma tutti avevano fatto il classico ma babbo spingeva per lo scientifico. 

Scelsi il classico. Sull’estate della terza media possiamo sorvolare, vi dico solo che è stata molto bella, perchè adesso vi sto parlando soprattutto di quando l’estate finisce. 

Me lo ricordo bene il primo giorno del Liceo, cinque anni fa. 

Avevo jeans attillatissimi e le mie converse celesti, sempre lo stesso zaino eastpak, capelli più lunghi e una maglietta piena di merletti, a fiori bianchi e blu, che adesso forse non indosserei. Sicuramente non la indosserei il primo giorno di scuola, comunque. 

Conoscevo già un paio di persone della mia classe, le altre le avevo cercate su Facebook.  Quel giorno strinsi un sacco di mani, conobbi quello che adesso sono le mie migliori amiche, ci fu l’atto di formazione del fantastico club delle beta. 

La porta d’ingresso era grande e c’era una targa altisonante, attraversai quella soglia cercando di non sembrare impaurita e ancora ignara di tutto quello che avrei vissuto dentro quell’edificio. 

La ricreazione del primo giorno di scuola fu qualcosa di epico. L’atrio era stracolmo di persone (non sto a dirvelo, senza mascherine), tutti erano incredibilmente alti e grandi rispetto a me. Quel giorno vidi un ragazzo e me ne innamorai all’istante. Spoiler: tre mesi dopo ci saremmo messi insieme e nove mesi dopo ci saremmo lasciati, e questo avrebbe dato inizio a uno dei periodi più brutti della mia vita. Altro spoiler: quel periodo sarebbe durato più della relazione stessa, ma questo è un off topic. Fatto sta che eravamo la coppia dell’anno e nei corridoi si sentiva chiacchierare solo di noi. Modestamente. 

Sempre quel giorno la prof di greco iniziò a spiegare l’alfabeto, poco dopo interrogandomi  mi avrebbe detto, testuali parole: “qui lo studio manca”. Le dissi: “no guardi, io ho studiato, mi faccia un’altra domanda”. Risposi e presi otto, lei mi disse che ero un diesel. Da quell’episodio iniziò la lunga, lunghissima epoca delle mie contestazioni all’interno di quella scuola, fatta di consigli d’istituto, assemblee di classe, collettivi, assemblee d’istituto, discorsi scomodi e scomodissimi, denunce della negligenza di chiunque, post su Facebook che mi hanno guadagnato una convocazione in presidenza. E chissà cosa mi riservano questi ultimi due giorni. 

Il primo anno di Liceo ho avuto le mie prime sconfitte, tipo che non ho vinto la gara di traduzione dal greco antico, e nemmeno il concorso di italiano. E voi direte – che cose stupide – ma a me era letteralmente caduto il mondo addosso in entrambe le occasioni. 

E poi niente, quel primo anno stesi un “ decalogo per non bocciare” ad uso e consumo di un mio compagno di classe (che ha funzionato), studiai parecchio, uscii di sera e andai ogni santo sabato pomeriggio a fare shopping in città. 

Gli anni successivi continuai a studiare per un po’, vivendo nel terrore del compito a sorpresa di grammatica greca per cui non si poteva mai essere sufficientemente preparati. Circa una volta al mese la prof entrava e diceva “separate i banchi” e lì lo sapevi: per te era finita, non c’era speranza. 

In terza diventai rappresentante d’istituto e questo mi fece imparare tantissime cose e conoscere tutti quelli più grandi, preparai un sacco di Notti del Liceo, mi inventavo ogni scusa per uscire dalla classe: mi divertii un botto. 

E poi…non so che è successo in realtà. I primi tre mesi della quarta smisi di studiare come studiavo prima, perchè a Gennaio sarei partita per il Messico e forse perchè pensavo già più ai sassi e alle montagne che ai libri. Andai in Messico, scoppiò il covid, tornai, e siamo quasi arrivati ai giorni nostri. 

In quinta ho perso definitivamente tutta la mia voglia di studiare, o almeno di studiare letterature di ogni genere e tipo. Ho proprio il vomito, il rigetto, come lo volete chiamare?

Sono di nuovo rappresentante di classe (per la terza volta, credo?) ma quest’anno mi sono dimenticata sistematicamente di tutte le occasioni in cui era richiesta la mia presenza. Menomale che ho una collega fortissima in burocrazia che trova sempre tutte le circolari giuste (io non so manco dove si cercano, le circolari). 

La quinta è passata velocissima anche se le mattinate di scuola non finiscono mai, e anche se sono scappata fuori dalla provincia più delle otto volte che stanno scritte sul registro elettronico.

E’ strano, dopo tutte queste prime volte, iniziare a vivere delle ultime volte. Ultima versione di latino, ultima assemblea d’istituto, ultima volta in palestra. Ultimo sabato a scuola, ultimo lunedì, ultima volta che esco alle due. 

Dentro queste mura piene di targhe in marmo ci ho vissuto, ci sono cresciuta e ci sono cambiata. C’è del bello e c’è del brutto, non so se tornando indietro farei la stessa scelta: per fortuna non posso tornarci, altrimenti andrei in crisi di sicuro. 

Quando suonerà l’ultima campanella dell’ultimo ultimo giorno di scuola, qualunque sia il numero che mi appiccicherò addosso per dichiararmi matura, sarà stato bello tutto quello che c’è stato. 

E alla fine una lacrimuccia è un’ottima cosa, tredici anni dopo, per finire come ho iniziato.

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