Cianfrusaglie. Questo sono e questo rimangono, le parole. Ti percorrono le braccia come un brivido, ti sforzi di metterle in fila ma quelle si mischiano in continuazione.
Seduta alla stessa scrivania, aspetti il solito fiume in piena che riempie pagine bianche.
Fluido. Alta marea che ti si scioglie nel cervello e lascia stordimento sotto forma di lettere quando si ritira. Densità è quello che cerchi.
Disordine. C’è questo, nella vita e sulla scrivania, quando senti che il fiume tarda, e non c’è nulla che possa accelerare il flusso.
Sparpagliate, le parole, come le gocce di sudore che discendono la schiena quando metti in fila i movimenti cercando di arrivare più su. A che serve?
Incespicare, ti guardi da fuori con la tenerezza del futuro, di quando le tragedie della tua vita ormai le hai passate e non puoi far altro che riderci su.
Si avvicina un rigagnolo. Non è lo stesso delle altre volte, no. Inumidisce appena la terra nera che tocca. Non si concede , vuole vedere lacrime e sangue.
Fa un caldo insopportabile, mentre ti chiedi il perchè di tutto questo. Di questo tuo eterno cercare la parola esatta, dello scrivere e cancellare e scrivere ancora.
I suoni esterni li senti ovattati. Qualcuno ti sta parlando, eh? Cos’hai detto? Non stai ascoltando, senti il rombo del fiume al di là della curva, monta dietro l’angolo e dentro di te. Drizzi le orecchie.
Non ti agitare. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Chi può dirlo?
È per questo che non puoi negarti, devi ascoltare quello che dice l’acqua, non saprai che è l’ultima goccia finchè non è passata.

Tic, tac. Flash. Sono attimi casuali, richiedono gesti meccanici, zero pensieri. Lasciati andare.
Ma tu sei tu, non ce la fai, e allora ti chiedi perchè. Perchè tutte queste parole, pagine bianche aperte e poi lasciate a metà. Senza nome 95. Perchè condividere frasi che appartengono a te, dare agli altri pezzi di te che non possono tornare indietro.
Vorresti vederti con lo sguardo degli altri, delle persone che ti tollerano e di quelle che ti adorano e di quelle che non ti sopportano. Chissà cosa direbbero, loro, se leggessero i tuoi pensieri. Forse leggono le tue parole. Chi? Non lo saprai mai.
Ti piace pensare di aver dato un pezzetto di te a qualcuno senza neanche rendertene conto. Ti piace pensare che rileggerai tutto questo, scritto sui post-it in camera tua o in un vecchio computer, tra due giorni o due mesi o vent’anni, e scoprirai di non essere cambiata poi tanto.
Ti piace pensare che qualche parola che hai scritto ha colpito nel segno. Forse sì, lo fai per questo. E si scoprì un pavimento, cosparso di freccette.